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Asporto e domicilio, Cna portare l’Iva al 10%

Cibi da asporto e consegne a domicilio. CNA: “Portare l’Iva al 10 anziché al 22%”

Per l’associazione è necessaria una riduzione dell’aliquota per un settore costretto ad andare avanti solo con questi tipi di servizio alla clientela

Per i cibi d’asporto e le consegne a domicilio serve portare l’aliquota Iva al 10% invece che al 22%.

E’ quanto chiede la CNA di Pesaro e Urbino per il settore della ristorazione, più volte obbligato dai provvedimenti sanitari contenitivi a limitare l’operatività degli operatori al solo asporto e alla consegna a domicilio, attività prima marginali che sono improvvisamente diventate tutto quello su cui il comparto della ristorazione può contare per sopravvivere. Le norme interessate sono quelle previste dalla normativa IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) in tema di somministrazione e cessione di beni alimentari, differenziazione capace di dare un ulteriore colpo ad un settore già in piena crisi.

A chiarire meglio la questione interviene la prassi nel 2016 con la Risoluzione n.103/E dell’Agenzia delle Entrate, dove si precisa che “il contratto di somministrazione di alimenti e bevande, inquadrato nell’ambito delle fattispecie assimilate alle prestazioni di servizi è caratterizzato dalla commistione di prestazioni di dare e prestazioni di fare, elemento, quest’ultimo che, ad esempio, distingue le prestazioni in esame dalle vendite di beni da asporto, che sono considerate a tutti gli effetti cessioni di beni, in virtù di un prevalente obbligo di dare”. Sempre l’Agenzia delle Entrate, nel 2019, con una tempistica quasi premonitrice, emana il Principio di diritto n.9 che ha per oggetto la “Aliquota IVA applicabile alla cessione e alla somministrazione di alimenti e bevande” dove si chiarisce in modo chiaro ed esplicito che, ai fini IVA, occorre effettuare una distinzione netta tra somministrazione e cessione di alimenti e bevande a prescindere dal soggetto che l’effettua. La somministrazione è considerato un servizio, in quanto unisce alla cessione di alimenti la possibilità di usufruire del servizio di consumo nel luogo in cui è avvenuta la cessione, ed è assoggettata all’aliquota IVA agevolata del 10%, uguale per tutto ciò che viene somministrato (ai sensi della Tabella A parte III allegata al DPR 633/1972).

I ristoratori, spiega la Cna, basandosi sulle prescrizioni della Tabella A in allegato al DPR 633/1972, sono costretti a qualificare il bene ceduto, rintracciare l’aliquota IVA specifica, e certificare i corrispettivi in modo separato in base alle diverse aliquote applicabili ai beni alimentari venduti (a titolo di esempio una insalata caprese, composta da pomodoro e mozzarella, sconta una aliquota del 4%, una bistecca del 10% e una bibita gassata del 22%).

Secondo CNA Agroalimentare  “la questione diventa più complicata per le pietanze composte da più alimenti soggetti ad aliquote diverse: in questo caso sarà necessario definire quale elemento del piatto rappresenti quello principale ed applicare l’aliquota prevista per questo. La normativa in questione rappresenta, in questo momento, un notevole aggravio di oneri fiscali e amministrativi per un settore già in difficoltà. Anche che, ai fini del futuro contenzioso tributario, se in un contesto di somministrazione mista a cessione può risultare difficoltoso distinguere cosa è stato somministrato da cosa è stato ceduto, quando la somministrazione è vietata per provvedimento, la sola certificazione di tutti i corrispettivi con una sola aliquota (possibilmente quella della somministrazione, il 10%) può essere un elemento sufficiente a dimostrare che non sono state applicate le differenziate aliquote previste per la cessione”.

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